I santi del mese: San Ventura e Sant’Albertino da Montone

2 settembre
Sant’Albertino da Montone, abate
Memoria

Albertino nasce a Montone nella prima metà del secolo XIII. Accolta la vocazione monastica entra nell’eremo di Fonte Avellana, che dal 1192 possiede alcune terre proprio presso Montone. Nell’eremo del Monte Catria Albertino è documentato come priore dal 1265 al 1294. È proprio in alcuni capitoli della regola di san Benedetto, professata a Fonte Avellana, che si possono individuare i testi ispiratori della vita di Albertino:  ad esempio, il capitolo 72 – che invita i monaci a stimarsi reciprocamente, a sopportare con pazienza le debolezze gli uni degli altri, a gareggiare nell’obbedienza vicendevole, a cercare ciò che è utile per l’altro – potrebbe avere influito su Albertino, diventato il “grande conciliatore”.
Fu anche priore maggiore della congregazione avellanita. Albertino è ricordato come autentico promotore di pace. Come priore maggiore, infatti, continua il servizio dei monaci alla popolazione attraverso una radicale opera di promozione della pace. È questa la specificità di Albertino, la cui azione si innesta in una già lunga tradizione di carità operosa. Albertino interviene sia per ricomporre le liti dell’eremo con altri monasteri o castelli della zona, sia per pacificare i comuni della zona dilaniati dalle lotte politiche, che in quel tempo sfociavano in contrasti armati che oggi chiameremmo guerre civili.
Albertino ha saputo accogliere le “nuove realtà” del suo tempo – il formarsi dei comuni, un certo anelito alla libertà da parte dei contadini, la diffusione degli Ordini mendicanti – non in quanto uomo dotato di “realismo politico”, bensì in quanto monaco. Dalla saggezza della Regola bene aveva imparato a “sopportare con pazienza” i disagi dei cambiamenti nella società e nella Chiesa, con i loro riflessi inevitabili sulla vita della propria comunità. Ma a questa capacità di “sopportare” si univa anche la sua disponibilità a “cercare l’utilità altrui” – cioè di tutti – piuttosto che intestardirsi a difesa dei diritti secolari della sua Congregazione monastica.
Secondo una tradizione avrebbe rinunciato alla carica di vescovo di Osimo per umiltà e per amore alla solitudine. Morì a Fonte Avellana il 13 aprile 1294 dove il suo sepolcro è meta continua di pellegrinaggi che ne invocano l’intercessione.

 

5 settembre
San Ventura, sacerdote e martire
Memoria

Rettore, nel XIII secolo, della chiesa di San Bartolomeo a Valdipetrina, fu sacerdote pio e zelante. Secondo la tradizione locale un giorno si imbatté in un taglialegna che bestemmiava. Ventura lo corresse, ma l’uomo, infuriato, uccise il sacerdote con un colpo d’ascia nascondendo poi il corpo insanguinato sotto un mucchio di pietre. Il corpo venne trovato dopo molti giorni e fu sepolto nella chiesa. Da quel momento la chiesa di San Bartolomeo prese il nome di San Ventura.

Tutti gli agiografi collocano il martirio al 7 settembre 1250. Nel XVII secolo il culto di san Ventura venne rilanciato dal vescovo Giuseppe Sebastiani, che provvide a una ricognizione canonica del corpo e, nel 1684, al suo trasferimento della chiesa del Seminario Vescovile, dove tutt’ora è conservato all’interno di un’urna realizzata nel 1952 e conservata sotto l’altare maggiore. Al 1952 risale anche l’attuale sistemazione dell’insigne reliquia, con la maschera in cera (opera di Romolo Bartolini) che lascia vedere la ferita mortale nel cranio.