Corona della Madonna delle Grazie - Bottega fiorentina (1619-1620),

Ufficio Pastorale Giovanile

Alcune note di pastorale giovanile nazionale
Dopo l’esperienza dei dossier distribuiti e compilati tra i banchi di scuola della nostra Diocesi, desideriamo condividere quello che a livello nazionale sta emergendo in vista del Sinodo dei Giovani. Nel numero di gennaio 2018 in NPG (Note di Pastorale Giovanile) vi è una sintesi delle risposte che i giovani hanno dato e che le Diocesi italiane hanno raccolto per il lavoro che i vescovi si troveranno ad affrontare con il Santo Padre Francesco.

Vogliamo condividere per riflettere sulle risposte alla domanda:
Che cosa chiedono concretamente i giovani alla Chiesa oggi?
I giovani chiedono una Chiesa che sia autenticamente madre, che mostri cioè la vicinanza, accoglienza e ascolto, e sia disposta a “perdere tempo” per loro. Desiderano una Chiesa che sia “casa” con la porta aperta e che offra dunque spazi d’incontro e di dialogo, di condivisione delle esperienze vissute, di riflessione circa le questioni di maggiore attualità, di preghiera con modalità capaci di coinvolgere tutta la persona. Un’altra forte richiesta riguarda la necessità di una maggiore sobrietà e trasparenza, di coerenza e credibilità da parte dei membri della Chiesa, soprattutto di chi riveste responsabilità di guida.
Inoltre, i giovani chiedono di essere sostenuti nel loro cammino di vita, senza essere giudicati pregiudizialmente, e di poter vivere una fede esperienziale. Cercano una liturgia viva, spazi di comunicazione più profonda con i preti, relazioni gratuite e basate sulla fiducia. Si aspettano di incontrare educatori appassionati e di essere coinvolti attivamente nella vita ecclesiale. Alla Chiesa chiedono anche più unità al suo interno e maggiore concretezza; a questo proposito, ritengono fondamentale rinnovare il linguaggio ecclesiale, in modo che sia comprensibile a tutti, semplice, legato al quotidiano.
Dai giovani sale la domanda di comunità cristiane vicine alla gente e sensibili ai problemi sociali e alle sfide attuali, da affrontare in modo aperto e non dogmatico. Sentono forte l’esigenza di radicalità e libertà, incarnate da una Chiesa che non si riduca a strutture di potere e comunichi chiaramente la gioia e l’amore che provengono dal Vangelo. (da Note di Pastorale Giovanile, n.1 Gennaio 2018; pag.16-17)

Queste parole rispecchiano bene i sentimenti e i desideri che sono nel cuore dei giovani, anche di quelli della nostra Diocesi. Naturalmente questo ci deve spingere sempre più “ad uscire”, non solo dalle chiese ma anche dai nostri stereotipi mentali che ci fanno apparire le nuove generazioni senza ideali, senza passioni e senza sogni. Ma forse questo non dipenderà dalla nostra testimonianza che spesso è senza ideali, passione e sogni? Credo sia opportuno riflettere sulle nostre esperienze di fede, metterle in crisi, vagliarle come si vaglia il grano ricordandosi che solo il chicco che muore porta frutto, non quello che si compiace della propria bellezza. Gesù ce lo ripete: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia». Testimoni che non hanno paura di essere odiati, questo è ciò che i giovano desiderano incrociare per le strade.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

#GmgPanama2019:Vivere il dono

La Giornata Mondiale della Gioventù è un dono. È un’esperienza epidermica, di sensi, perché coinvolge tutti i cinque sensi, ma anche di sentimenti e sensazioni: gli eventi assumono la forma di visi, di lacrime, di abbracci e strette di mano, di famiglia e di comunione, di odori buoni e altri cattivi, di parole, sia quelle proclamate ad una folla di centinaia di migliaia di persone, sia quelle che ti arrivano in modo individuale, magari come un consiglio solo sussurrato; questi eventi impattano sulla superficie del tuo essere, lo scuotono, fanno vibrare le corde del cuore, e riverberano nelle profondità. Quelle profondità fertili dove affonda le sue radici un mistero eterno e santo, che da sempre ci precede, ci sorpassa, ci anima, e, gravido di amore e di speranza, ci fa nascere ogni giorno. È il mistero di Dio, tanto concreto quanto inafferrabile, che è promessa e atto di fede. Ci ha domandato il Papa: “Vi sentite portatori di una promessa? Quale promessa porto nel cuore,?” “Molti giovani sull’esempio di Maria rischiano e scommettono, guidati da una promessa”. Per questo la GMG è un dono: ti mostra, ti fa udire, gustare, sentire e toccare questo mistero, confermandoti nella fede.

Una fede che unisce popoli di tutto il mondo. Una fede, quella del popolo panamense, per molti aspetti diversa dalla nostra, vissuta e testimoniata con la gioia, con il ballo, con le melodie ritmate e passionali. Ma è la “mismafe” (la stessa fede), quella che ti spinge oltre le privazioni e prevaricazioni sociali, oltre le ingiustizie, oltre le sofferenze intime e quotidiane, oltre le perdite che dilaniano il cuore; quella che ti spinge alla carità, cioè ad affrontare queste e altre numerose tremende difficoltà e miserie umane non tanto (e non solo) chiedendo aiuto a Dio, ma bensì offrendo aiuto al fratello, offrendo ospitalità al pellegrino. Donando amore. La Gmg è un dono.

Quella di Panama non è stata la Giornata Mondiale della Gioventù dei luoghi. Certo, Panama si è offerta come la terra esotica e lontana che noi giovani pellegrini ci aspettavamo: distese di natura che si perdevano a vista d’occhio, tra vegetazione fitta e ricca di alberi dai frutti più variopinti e dai sapori inusuali, strade sterrate, piccoli villaggi distribuiti intorno ad una cappellina; e poi Panama City, una città di cemento e lamiera, un cantiere in costruzione ed evoluzione, nel quale convivono palazzi altissimi e baracche che sembrano poter volare via al primo soffio di vento. La geografia ha rivelato un mondo di ambiguità e contrasti, dove vivono il ricco e il povero, dove c’è chi sta bene e chi non ha niente, abitato dal futuro e dal passato: il futuro di un’economia in crescita capace di reinventarsi, e il passato di campagne dedite all’agricoltura, all’allevamento, alle processioni e alle piccole e conviviali feste paesane. Eppure non è stata la GMG dei luoghi, dei posti. È stata la GMG delle relazioni, dell’incontro, della condivisione. La gente di Panama ci ha aperto non solo le porte delle loro case, ma anche quelle del loro cuore: ci ha accolto come figli e fratelli, fin dal primo istante, quando frastornati ed esausti per un viaggio lunghissimo, ha illuminato la notte con fuochi d’artificio, squarciandone il silenzio con musiche e danze, e tanta felicità sul volto. Il volto di chi stava vivendo una cosa unica. Una unicità che ci ha pervaso. Sbattuti in una realtà diversa dalla nostra, molti di noi avranno pensato di voler tornare immediatamente a casa, alle proprie comodità, alle cose sempre uguali alle quali ci aggrappiamo per paura di cadere in chissà quale baratro, e delle quali abbiamo bisogno come dell’ossigeno, le prassi che riempiono le nostre giornate e consolidano la nostra mediocrità, e allo stesso tempo ci fanno sentire sicuri, confortevoli, tranquilli. Tuttavia, alcuni pavimenti in terra battuta, altri senza mattonelle, muri senza intonaco, tende a sostituire porte e finestre, docce senza acqua corrente ma con secchi e ramaioli, gechi e ragni, sono solo veli, forse sporchi e impolverati, forse stomachevoli e ripugnanti, forse trascurati, dietro i quali si nasconde un’umanità pulsante, viva, e molto più autentica della nostra adagiata su comodità materiali, ma poco incline all’essenzialità: ad assaporare e farsi bastare le cose semplici della vita. Per loro la nostra presenza è stata una sincera benedizione. Non solo per chi era già stato avvisato di dover ospitare pellegrini in casa, ma anche per chi abbiamo conosciuto una sera, per caso, in un bar nel quale ci siamo fermati, stanchi, a bere qualcosa insieme. Dal nulla, una chiacchierata ha fatto seguito ad un invito a pranzo, che poi sono diventati tre pranzi e tre cene nello stesso giorno (ho perso il conto) fino a sera, a condividere esperienze, gioie, emozioni. A muovere la trama la gratuità. E come lieto fine sempre un’amicizia fraterna, sensibile e fiera, che perdura ancora oggi, lontani nel tempo e a migliaia di chilometri di distanza. Ci hanno chiamato famiglia, ci hanno detto che saremmo stati loro fratelli per sempre, loro figli per sempre, e mentre lo dicevano quelle parole diventavano vere perché accompagnate da lacrime di commozione, e perché impastate, un po’ come il fango e lo sterco di cavallo con il quale i panamensi della campagna producono i mattoni per le loro costruzioni, con gesti concreti, riguardi, attenzioni, cure, che avevano avuto per noi in quei giorni. Oggi la parola “accoglienza” è oltremodo abusata, sia da chi chiude porti e porte, sia da chi apre portoni solo con parole che riempiono la bocca, ma non muovono piedi e mani. Ecco, bisognerebbe andare a scuola di accoglienza dal cittadino panamense. Imparare i termini apertura, disponibilità e generosità. Impararli vivendo la vita, non parlando da scranni del potere, o case bunker chiuse a tripla mandata, dove siamo tuttologi solo in via teorica, e mai in quella pratica, bravi a saturare le bacheche dei social ed ottenere consensi, ma non a sporcarci le mani e consumare le scarpe. Vi ricordate la divano-felicità che il Papa condannava dal palco di Cracovia? O la vita guardate dal balcone, quando ci ammoniva sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro? Questa volta Papa Francesco ci ha ricordato nella cerimonia di apertura che la GMG è appunto un dono che ti permette di diventare artigiano della cultura dell’incontro: “Voi con questo diventate maestri e artigiani della cultura dell’incontro, che non è “Ciao, come va? Ciao, a presto”. No, la cultura dell’incontro è quella che ci fa camminare insieme con le nostre differenze ma con amore, tutti uniti nello stesso cammino. Voi, con i vostri gesti e i vostri atteggiamenti, coi vostri sguardi, i desideri e soprattutto la vostra sensibilità, voi smentite e screditate tutti quei discorsi che si concentrano e si impegnano nel creare divisione, quei discorsi che cercano di escludere ed espellere quelli che “non sono come noi”. Come in vari Paesi dell’America diciamo: “Non sono GCU [gente como uno, gente come noi]. Voi smentite questo. Tutti sono persone come noi, tutti con le nostre differenze. E questo perché avete quel fiuto che sa intuire che «il vero amore non annulla le legittime differenze, ma le armonizza in una superiore unità» (Benedetto XVI, Omelia, 25 gennaio 2006). Lo ripeto: “Il vero amore non annulla le legittime differenze, ma le armonizza in una superiore unità”. Il Papa insiste sollecitandoci come a Cracovia a diventare costruttori di ponti e non di muri. A prenderci per mano.

In spagnolo la parola “condividere” si traduce con “compartir”. È un termine assai più bello, perché richiama alla mente l’ultima cena, la partizione e la distribuzione del pane da parte di Gesù con gli apostoli. È il corpo di Cristo spezzato che si dona a tutti. Accoglie veramente solo chi è disposto a spezzare il proprio corpo per farlo dono, come ha fatto Gesù. Siamo stati testimoni di questo. Di un amore che unisce, “che non annulla le differenze, ma le armonizza in una superiore unità”. Un amore che tende la mano, un amore che regala, un amore che abbraccia. Un amore che non si corrode. Un amore che dà sostanza ai sogni e non li spegne. Perché “solo quello che si ama può essere salvato”. È in questo amore che si rivela Cristo. “Dio è reale perché l’amore è reale, Dio è concreto perché l’amore è concreto. Ed è precisamente questa «concretezza dell’amore ciò che costituisce uno degli elementi essenziali della vita dei cristiani» Gesù non è un “frattanto” nella vita o una moda passeggera, è amore di donazione che invita a donarsi. È amore concreto, di oggi, vicino, reale; è gioia festosa che nasce scegliendo di partecipare alla pesca miracolosa della speranza e della carità, della solidarietà e della fraternità di fronte a tanti sguardi paralizzati e paralizzanti per le paure e l’esclusione, la speculazione e la manipolazione”.

 È amore di donazione che invita a donarsi.La Giornata Mondiale della Gioventù a Panama è stato un dono. Un dono di Dio.È dono, in tutte le sue declinazioni: generosità, accoglienza, apertura, ospitalità, fratellanza, condivisione o “compartecipacion”; fede, carità.Oggi, nell’adesso di Dio che il Papa ci ha invitato ad abitare, sarebbe veramente un peccato sprecarlo, accantonarlo, dimenticarlo. Accogliere il dono, e farsi dono, per diventareinfluencer di Dio come Maria, capaci di dire un “sì” tanto rivoluzionario e decisivo.

 

Simone Santi Amantini
Testimone oculare