19 agosto 2019

Voi siete tutti fratelli Uno solo è il Padre vostro, quello del cielo (Mt 23,8-9)

Ritiro del clero – Città di Castello 20.01.2021 –  Voi siete tutti fratelli – Uno solo è il Padre vostro, quello del cielo (Mt 23,8-9)

 La fraternità universale. Cosa significa per il clero vivere la fraternità universale, a partire dall’ascolto della parabola del Samaritano di Lc 10,25-37 oppure dal discorso comunitario di Mt 18, dedicato ai piccoli, da riconoscere come fratelli? Vuol dire uscire dalla logica del club, della élite, per aprire il cuore alle sorelle e ai fratelli di ogni parte della terra. Allo stesso tempo significa rientrare con una consapevolezza nuova, per trasformare il nostro mondo, a partire dal più ampio orizzonte che questo tempo ci offre e ci invita ad ammirare. Riscoprire la grammatica della gentilezza e della tenerezza, della cordialità e della pace, è quanto mai cosa bella per il nostro piccolo ambiente, talora caratterizzato da uno stile aggressivo e scontroso. La fraternità universale ci aiuta a vivere meglio la fraternità particolare del presbiterio. Potremmo pensare di lamentare che, se non si vive la seconda, è impossibile sperimentare la prima. In realtà, quando dalle nostre chiusure si esce allo scoperto, si ha tanto da imparare e si può rientrare a casa nostra con una maggiore disponibilità ad accoglierci come fratelli.

La parabola del seminatore. Quello che il Papa dice ai politici in Fratres Omnes può essere vero anche per noi. Alla fine del capitolo quinto chiede infatti: «Dopo alcuni anni, riflettendo sul proprio passato, la domanda non sarà: “Quanti mi hanno approvato, quanti mi hanno votato, quanti hanno avuto un’immagine positiva di me?”. Le domande, forse dolorose, saranno: “Quanto amore ho messo nel mio lavoro? In che cosa ho fatto progredire il popolo? Che impronta ho lasciato nella vita della società? Quali legami reali ho costruito? Quali forze positive ho liberato? Quanta pace sociale ho seminato? Che cosa ho prodotto nel posto che mi è stato affidato?» (Fratres Omnes n. 197). Facendo riferimento alla fecondità, la figura di Giuseppe porta nel suo DNA questo carattere estremamente significativo per ciascuno di noi. La lettera Patris Corde, al n.1, riporta il celebre invito: Ite ad Ioseph (Gn 41,55), come via da percorrere per trovare di che vivere in tempi di carestia, bisogno, necessità.

 Artigiani di pace. Questa categoria può essere presa in prestito per la nostra esperienza di pastori, inseriti dentro le trame relazionali delle persone e degli ambienti in cui ci troviamo a vivere. Ci permette di dare voce alle esperienze che facciamo, incarnati nella vita di un ambiente. La forza della quotidianità, della ripetizione, della fedeltà, della lentezza ci portano alla maestria di una vera opera d’arte, che è quella del rifiorire dei rapporti tra le persone e anche di qualche trasformazione profonda del cuore della gente. Risuona vero anche per noi quello che dice Papa Francesco, quando, citando René Voillaume, ricorda che amare ogni essere umano significa considerarlo nel suo valore unico e irripetibile, conoscerlo per nome, non come una sigla (Fratres Omnes n. 193).

Giuseppe di Nazareth, è anche lui un artigiano. In Patris Corde al n.5 è presentato come padre creativo, che trova una soluzione nelle singole circostanze della vita della sua famiglia. Con sapienza governa le situazioni, sa come fare, conosce il mestiere e il sacrificio. Non si perde d’animo e rivela di avere a cuore il sogno del Padre celeste, di custodirlo e di realizzarlo.

Popolari o populisti? Anche questa distinzione, che si trova all’inizio del cap. V di Fratres Omnes, ci permette di recuperare un amore autentico per il popolo che ci è affidato, senza volontà di manipolazione o di un uso strumentale, per il guadagno della nostra popolarità e del consenso a nostro favore. Certamente ci aiuta la sottolineatura, fatta da Papa Francesco, che mette in evidenza come la categoria del popolo sia aperta: «Un popolo vivo, dinamico e con un futuro è quello che rimane costantemente aperto a nuove sintesi assumendo in se ciò che è diverso. Non lo fa negando se stesso, ma piuttosto con la disposizione ad essere messo in movimento e in discussione, ad essere allargato, arricchito da altri e in tal modo può evolversi». Sarebbe un bel guaio se rappresentassimo solo gli interessi di una parte o di una nazione, se fossimo i preti solo della nostra vallata o della nostra etnia. In questo ci garantisce la chiesa, che è per natura universale. In questo anche San Giuseppe si rivela di grande aiuto, come un nostro fratello nel cammino, quando si rivela un padre nell’ombra (Patris Corde n.7), capace di manifestare una straordinaria vicinanza e solidarietà alla vita di Gesù e, allo stesso tempo, di stare all’ombra del Padre celeste. Rifiuta il possesso, ma favorisce, con una postura a lato, il cammino del Figlio in relazione al Padre del cielo.